sabato 26 dicembre 2009

Cosa fa like a virgin il giorno della vigilia?

Ecco la mia vigilia, dopo che hanno soppresso i voli Italia-Germania causa neve.

Doveva venire da me un tipo, palesemente per provarci, la mattina alle 11. Mi chiama alle 9, io che dormivo da 1 ora (problemi di insonnia causa nervosismi vari) e mi fa...sono gia qui, è un problema?
Ma va cosa dici mai....!
Ma visto che tanto non me ne frega niente, gli ho aperto bella che struccata e con la faccia rigonfia a mo' di zampogna.
Non capendo bene se era vero o se stessi ancora sognando, mi ritrovo sul tavolo una botiglia di vodka e succo d arancia.
Non capendo ancora bene cosa stesse succedendo, tempo mezz'ora e la bottiglia era agli sgoccioli. Intanto chiaccheriamo, alla fine è pure simpatico, quindi il tempo passa e va come doveva andare.
Io, sempre più rincoglionita nel frattempo.
Sono le 2 e passiamo alla birra, che si sa, non fa mai male.
Sostenendo che in mezz'ora se ne sarebbe andato, chiudo la porta con lui fuori alle 5 di pomeriggio.
Chiamo una mia amica da cui dovevo andare a cena e mi fa..e si l'altra tipa arriva tra un'ora, ce la fai?
E come no, mai avuto riflessi cosi' lucidi.
Un'ora dopo, ovviamente, riesco ad uscire dal bagno con una faccia quasi passabile. Dio lodi il make up.
Arrivo da lei con quelle due ore canoniche di ritardo.
A cena c'è anche una tipa coreana, a cui contavo di aggrapparmi visto che l'altra non la sopporto (era un po' la giornata da "ok, non ho proprio un cazzo da fare, sfogliamo la rubrica..").
Effettivamente è simpatica, riesco a reggere di parlare tutta la cena in inglese senza troppi problemi.
Ma presentarsi a casa altrui a mani vuote, si sa, non sta bene.
Una bottiglia di vino è finita.
Mi do alla coca light sperando mi corroda a dovere il contenuto dello stomaco.
Provo a mangiare la pasta, ed era una di quelle cose oscene che solo gli obesi possono cucinare. (questa è quella del post, dei krapfen, crepe e cappuccino)
Va bè, ripiego su pane e formaggio, ripetendomi "pane assorbi, pane assorbi, pane assorbi".
Chiamo un amico, stiamo un'ora al telefono e finisco i soldi. Giusto perchè sono giorni di ricchezza. Sostiene che tra qalche giorno viene a trovarmi,lui che non si è mai scollato da Como, ma questo lo realizzo solo ora.
Torno in cucina, passo davanti allo specchio e caccio un urlo. Magari una tappa in bagno ricostruttiva puo' essere utile.
Il make up fa miracoli, ma a tutto c'è un limite.
Decidiamo di uscire; pare che qui la vigilia sia festa uber sacra e dunque è tutto chiuso. Al che non diventa più una scelta di locale, ma una ricerca disperata.
E in questo (nella disperazione in generale) sono il master: ingresso a 1 €, locale famoso e vicino, con pista e sala fumatori.
Ma noi che siamo donne sagge, pensiamo bene di farci un chupito di vodka gelida prima di uscire, per amortizzare il freddo.
Usciamo, perdiamo il tram, andiamo alla uban e decidiamo che la birra che Won (la coreana) sta bevendo sembra coca cola. E perchè dunque non smezzarla con la vodka? Orgogliose del nostro lavoro, riusciamo anche a finirla senza doverci tappare il naso.
Arriviamo al locale, io e Won siamo prese bene e andiamo a ballare. Tempo tre quarti d'ora e si era già limonata tutto il locale. E non è un eufemismo. Me compresa, ma su questo preferirei sorvolare.
Normalmente si va in un locale, si beve, si fanno due chiacchere e si torna a casa.
Noi che siamo anticonformiste invece pensiamo bene di far svenire Won tre volte, una per sala. La quarta, non si rialza più.
L'obesa sclera, le urla dietro e diventa paonazza.
Io cerco di evitare che la gente nel frattempo la calpesti.
Al che, con ogni buona ragione, ci buttano fuori.
Un bel quadretto natalizio di lei stesa a terra sul marciapiede con la sua testa sulle mie gambe e il mio culo sulla neve.
E già che ci sono, inizio a raccontarle delle storie su idialliaci amori e vacanze al mare per tenerla sveglia ed evitare che mi vada in coma.
Un uomo toccato dallo spirito di bontà delle feste, ci accompagna a casa. E non è mica come dirlo, portare su e giù una dalla macchina a peso morto, controllando di tanto in tanto se respira ancora.
E ovviamente l'obesa non ne vuole avere nulla a che fare e mi insulta per come la porto su per le scale.
Mi auto compiaccio di avere un post sbronza da mezzogiorno che mi consente tutta la tranquillità del mondo. Sorrido e continuo a descriverle noci di cocco e tartarughe che fanno le uova.
La metto a letto, la spoglio che ha anche le mutande piene di ghiaccio e la infilo sotto le coperte. Come minimo, un'ora e mezza di lavoro.
Ormai alle cozze, mi sdraio di fianco con un dito sotto il suo naso per sentire il fiato che esce.
Entra l'anima della serata e mi dice che devo dormire sul divano, perchè quello è il suo letto. "Ma il tuo coinquilino non c'è" "Non penserai mica di dormire in camera sua! Se proprio c'è il divano..non potresti usare neanche quello, ma visto che ti voglio bene..".
Trascino le mio occhiaie fino al divano. Non so come, riesco a squadrarlo e decido di tornare a casa.
Cambio due metro e non so per quale buon vento, in mezz'ora, dette anche le 5, sono in Hermanplatz.
Esco dalla metro e c'è un tipo detro di me con due birre in mano.
Cammina cammina, arrivo davanti a casa. Mi giro e lo vedo che fa per proseguire.
Penso che tanto peggio di così non potrebbe andare. Gli chiedo se mi fa compagnia a bere qualcosa che non ho per nulla sonno e mi risponde in tedesco.
Penso che con tutto quel freddo, non potevo di certo essere ubriaca. Gli dico di lasciare stare che se non parla inglese tanto valeva che stessi a casa da sola. Faccio per allontarmi e sento un "oh, but you were so sweet!".
I problemi di comprensione linguistica continuano fino alle 10 di mattina. Realizzo che sono 12 ore di fila che sto bevendo.
Lo guardo. Ventidue anni, i capelli rasati da un lato, dall' altro quasi lunghi sfumati dal biondo al blu passando per il verde e il rosso. So che non lo dirESTI mai, ma erano vermanete una figata. Magrissimo, occhi azzurri scuri sempre bassi, la faccia da bambino kinder e la voce imbarazzata. Dr Martins e piercing al labbro sotto.
Gli faccio il letto e vado a lavarmi i denti.
Passo a salutarlo e stava guardando south park. Va bene che non ho mai mancato di avere fiducia nel prossimo, ma lasciarlo lì col mio computer, mi pareva un po' eccessivo.
Guardiamo south park. Penso che nè io nè lui ci abbiamo provato minimanente e che è pressoche assurdo che con tutti i casini di comunicazione non si sia sfociato in un "E' venuto il momento di tappargli la bocca".
In casa tira quasi il vento, prendo il piumone e ci infiliamo sotto. Quasi collassando appoggia le testa alla spalla, poi si sposta e mi chiede scusa.
Mi fa una tenerezza incredibile. No, non pietà. Tenerezza della più ingenua.
Gli dico che non c'è problema e gli do un bacio sulla fronte, senza chissà quale fatica visto qualsiasi movimento facessi me la trovavo incollata alla faccia.
Credo dorma, ma sono talmente inglobata nel divano che scoprirlo era impossibile. Intanto gli carezzo la testa e gli assurdi capelli, nello stesso modo in cui lo avrei fatto con la mia coinquilina.

Ed è stato incredibile come tutta questa morbidezza di movimenti sia sfociata in baci e sesso.
Che no, non era sesso. Non mi ha mai toccata, nè ha mai staccato gli occhi dai miei. Naso a naso, tutto il tempo, coi corpi incollati e le dita fredde su capelli e viso. Come se il sesso fosse solo una conseguenza dell'aggrovigliarsi dei corpi, con movimenti pressochè inesistenti.
Ci addormentiamo senza che la posizione di tutt'uno cambi, senza nessun tipico mi rimetto la maglietta o devo andare in bagno.
Ci risvegliamo, ogni 5-10 minuti ed è tutto un da capo, mi bacia, mi dice "You're so a sweet girl". Poi si ferma, sorride e si corregge. "You're my sweet girl".
Non riesco a togliergli gli occhi di dosso, paralizzata, ipnotizzata, incanta e stupita come non mai. Non riesco a non ridere\sorridere. Con la coperta sopra le nostre teste e le mani ingrovigliate sulle sue labbra.
Vede che sono a disagio, non parla (forse perchè non sarebbe mai riuscito a formulare un discorso del genere in inglese, forse perchè tanto non sarebbe servito).
Non gli serve nemmeno farmi capire che lo ha capito, resta tutto lì, a risolversi attraverso i corpi.
Disagio perchè per la prima volta sento che il fisico c'entra ben poco, perchè mai nessuno era riuscito a trasmettermi tanta delcezza e tutto quel rispetto.
Mi paralizzo e mi sento uno schifo per non essere riuscita a dare nulla del genere neanche nelle relazioni più durature.
Si addormenta con la testa poggiata alla pancia nuda. Poi sono io a stargli stretta al petto con il suo braccio che mi avvinghia come se stessi per cadere.
Tiriamo le 11. Poi le 2 e poi le 3.
Ci alziamo, fumiamo una sigaretta, chiaccheriamo del più e del meno con io che giro per la stanza più confusa che mai.
Lo accompagno all'uscita, ripercorrdendo i miei "I want to stay here for all the day" sussurati sotto le coperte e i suoi "I love this moment" e mi chiudo la porta alle spalle.

E con la testa sono ancora lì. Ed è una sensazione bellissima.

domenica 20 dicembre 2009

La casalinga col piercing alla lingua

Non serve andare in Mongolia, Afghanistan o Perù per vedere qualcosa di diverso.
E io questi tedeschi continuo a non capirli. Non li capisco, ma mi rendo conto che mi ci sto abituando; me ne accorgo ripensando che qualche giorno fa ho visto un tipo nudo in metro che “faceva snow” e non me ne sono minimamente sorpresa.
E mi potrei abituare anche più piacevolmente al fatto che una volta su tre percorro il tratto metro-casa con tipi (anche molto più fighi di quelli con cui ho flirtato tutta la sera) a parlare delle nostre vite come se ci conoscessimo da sempre, concludendo le confessioni con una naturalissima lingua in gola ed un seguente “Ciao, torno a casa dalla mia ragazza”. (e io che penso, “Eh va bè, io invece torno a casa da Valeria..”).
Non mi strazio nemmeno più a proporre finali alternativi.
E quello che più mi sorprende di tutta questa insensatezza è la naturalezza del susseguirsi degli eventi.
Che poi magari sono io ad essere una costante eccezione per chiunque. Certo, sarebbe carino avere quel paio di minuti in più per poterglielo chiedere.
Ma non facciamo i pignoli.
Resta comunque il fatto che mi sembra di essermi persa un passaggio: da quando i baci non contano più nulla? Ai miei tempi almeno un “Mi piaci” lo volevano dire. Erano un inizio, un intermezzo, un durante. Non certo un comune modo per concludere una qualunque conversazione.
Sarà che a furia di fare lavatrici e spazzare pavimenti sono invecchiata senza nemmeno accorgermene?

mercoledì 16 dicembre 2009

Maio e Nutella. Ascelle e Dior.

Vogliamo forse dare la colpa al freddo? Vogliamo forse dare la colpa agli arabi che non chiudono mai i loro battenti? Vogliamo forse non sostenere che è per recuperare i 4 minuti di corsa (scarsi) fatti per evitare di perdere l'ultima metro?
Sta di fatto che io, ventenne che non crede di arrivare ai 30, sono stesa sul pavimento, ancora con la giacca, a mangiare da un cartone bisunto una porzione di pommes klein. Klein forse per quel donnone dalle ascelle nude e sudate rinchiuse in due grassa braccia che me le ha offerte sghignazzando.
Sarebbe passata la fame a chiunque a vederla versare su quelle povere patate maionese come se non ci fosse un domani, direttamente da un bidone di 10 chili di capienza.

Ma non a me, ovviamente.

E dire che ho digiunato tutto il giorno perché la mia amica obesa ha avuto il coraggio di scofanarsi una cioccolata con gelato, crepe alla Nutella con panna e krapfen nel giro di un quarto d'ora. E mezz'ora dopo, un cappuccino.
Mi si era accartocciato il cuore. Ma ora che ha ripreso la sua forma originale, posso darmi anch'io a quel compenso di affetto con cibo (di peggio specie) che mi è tanto caro.

Non ho nemmeno il coraggio di togliermi il vestito per impigiamarmi, a questo punto.
Se devo morire per overdose di calorie, tanto vale essere ben vestita, no?

lunedì 14 dicembre 2009

Scontro di dimensioni

Insensatezza di onomatopee.
Disordine di sillabe incastonate in pagine bianche. -Confusiona-al-mente-
In una ricercata verità mentale, un lavoro di gestione, complessità di pensieri catalogati in erronee etichette.
Il tutto in una stanza.
Io e loro.
Al buio di una frastornante incoscienza, senza che nulla venga scritto, detto … eco di incomprensibili dubbi.
Nella stanza e nella testa.
E lei di nuovo lì, seduta, a provare a ricucire sulla carne la benda per coprire gli occhi, per coprire di polvere assodate verità.
Troppo tempo, troppo reali per un'anima che vaga in un tempo illimitato dedito alla sola ricerca della perfezione, in alterativa (alternanza) all’ oblio cosciente del corpo ormai sciolto già dai primi raggi che gli sfiorano le pelli.
Una noia del respiro, asfissiante.
A guardarne l’odore dall’ alto, o dal basso del divino.
A cercare un(a) fine.
E imperterrita gira, sulla giostra della sua persona, in un girotondo di inermi corpi, fine a portarne alla sua scomparsa.
Sarà solo silenzio.
Sarà solo un bacio.

lunedì 7 dicembre 2009

Sono un infinitesimo di te, di me, di te.

E' che in realtà a me non serve ospitalità per una, due o quattro notti.
Non ho bisogno di gentilezza, non da te.
Preferirei di gran lunga che mi salutassi per strada baciandomi, invece che farlo solo in cucina al buio prima di fare sesso.
Quello che mi rende capace di accettarlo in realtà è lo scorgerti osservarmi un poco schifato da qualche gradino sopra di me. E so bene che la linea che unisce i due scalini è ben più sottile del resto dei nostri mondi; e non serve più che una notte in mezzo a cento giorni per spolverarla trovandola interessante.

Non ho fretta infondo, sicura di me scalatrice, riuscendo a guardarti sempre più da vicino.

martedì 17 novembre 2009

New coat of paint






[On air: Tom Waits - New coat of paint]



Era solo un'ombra nel buio pungolata da rintocchi di campana.
Passi come fossero note di uno strumento da intrecciare al più popolare e sicuramente più pio suono di sottofondo. Segreta melodia che nemmeno lei sapeva di star componendo: melodia di dolci versi di camminata incastonati in un grezzo spartito .
Nello star lì a guardarla risalire la gradinata di pietra orchestrai al meglio ogni suono, sino a rendere il fruscio della mantella una cetra, i suoi occhi vispi un piano malinconico.

Mi venne incontro con uno sguardo basso e sempre vigile.
Rimasi seduto a godermi lo spettacolo, fino a quando non mi gettò le sue braccia al collo, rendendo la musica un dipinto dallo sfondo stellato.

“Ogni parola provoca un soffio senza che la neve toccasse terra la luna annegò nel tramonto rosa senza inganni. Una ragazza buia che si intreccia i capelli sull’albero di ciliegie.
Credere alla notte come credere da soli a se stessi, senza pantere scarne che vagano la foresta scagliando le liane da legarsi al dito per portarsi al guinzaglio.
È solo inchiostro e oro, crema e kiwi, dal lungo becco e piume infeltrite di tanto in tanto.
La cintura, la vita un tango, il poliziotto sotto la pioggia.
Credevo fossero castagne di un tema autunnale quel ricordo di nonna dietro l’antina d’armadio di un beige tortura che ne sottolineava il cielo negli occhi con nuvole barocche che si infilano in ogni fessura senza lasciar nemmeno respirare.
Tra mano, righe e significato. Sovrapponendo le idee in costrutti da animale durante una brutta giornata d’inverno quando escono le colline da ogni nuvola e il cielo si copre di carne e anima, come un matto che guarda fuori dalle sbarre di ferro.”

Ora era Poesia a posare le sue dita sulle mie spalle di carne, così come le parole che uscivano dalle sue labbra socchiuse. Potevo sentire il tonfo di ognuna appesantirsi nei ciottoli sistemati a terra.
Avrei allungato le mani per catturarle, come fossero petali di viole appena sbocciati, se solo avessi saputo dove metterle.

La presi sotto braccio, le divaricai le gambe col piede destro e danzammo tutta la notte, tutto il giorno seguente e quello dopo ancora, fino a quando il fluttuante discorso non fu ben distribuito nell'aria.
Si poteva sentire l'odore permeare ogni cosa, a raggio tra sterpaglie, meli, case succinte.
Lei e noi al centro, inebriati.
Cademmo a terra; e allora furono solo baci e assaggi di pelle, per ricolmare nuovamente le nostre fauci di magia creativa, come fossimo mostri affamati.
Riempimmo la bocca di noi, poiché null'altro al mondo avrebbe potuto saziarci.

Poi fu l'alba di tre giorni dopo, a svegliarci per una nuova danza.

giovedì 12 novembre 2009

Ricordo di un'estate fa - L'inutilità della prudenza

Ad una tavola rotonda, con tre anziane comari di paese.
Una stufa beige-sfumato marrone, ciliegie di porcellana lucida, la cristalleria ben riposta nella dispensa a vetri.
La più bella di loro al centro: di fronte a me i suoi occhi azzurri che richiamano la celestialità della camicia di seta a fiori.
Con tutta la sua eleganza, volta lo sguardo a destra e poi a sinistra, rincorrendo la conversazione.
Di tanto in tanto riaggiusta i capelli, si sistema il ciondolo sul petto e sovrappone le labbra l'una sull'altra e viceversa.
La stanza ricolma di barocche paccottiglie.
Poi mi coglie di sorpresa, mi guarda fissa e mi accusa bonariamente di non andare in chiesa, con un tanto arguto gioco di parole che mi ammutolisce.
“C'è quello, il figlio della Iole, che l'è tanto un bel fio'! E poi la postina, l'Anella, ne ha tre solo lei!”: fruga tra 7-8 ragazzi del paese per trovarmi marito.
“E ma ce ne vuole uno ricco”, ribatte l'altra “per farle vivere una vita come si deve!”.
Inizio a sentile la sedia scomoda.
Poi il discorso ricade su morti, sui racconti di quando avevo 18 giorni, sul caldo ed infine, un lunghissimo sproloquio sulla sicurezza delle loro abitazioni.
Quella di sinistra inizia a illustrare il suo apparato di difesa: le funzionalità dei 19 cancelli, le porte anti-sfondo, i cani, il filo spinato elettrificato. Il tutto per proteggersi da quella gente strana con la faccia nera.
La padrona di casa prende la parola, con magniloquente gestualità: descrive in ogni dettaglio come potrebbe fare un ladro ad entrare nel suo appartamento.
Scene da Tenente Colombo.
E mentre osservo affascinata l'espressività di una pelle rugosa, inizio a pensare a com'è possibile, a tale età, essere tanto preoccupati per la propria vita.
Le ottantenni prendono davvero ogni possibile precauzione per salvaguardarsi, per quello suoniamo loro quando in tangenziale procedono con costanza a 55 km\h.
Non sarebbe più sensato che ci tenessero i ventenni a tirare fino al giorno dopo?
“Per quello sono arrivate a 80 anni”.
Mi rispondono.
Non credo fossero così prudenti alla mia età.
“Sarebbe una domanda interessante”.
E altrimenti, c'è da pensare che solo quando hai tutto il tempo e tutte le possibilità di riflettere sulla morte, puoi iniziare ad evitarla.
Quando, insomma, è ormai inevitabile.

martedì 10 novembre 2009

Perchè partire, ragione 3° - Capire che la felicità non può essere rinchiusa in una sola persona


C'è un cappello sul tuo viso.
Avessimo pouto fare sesso vestiti, al buio, sciogliendo i nostri corpi all'aria, lo avresti fatto. E quei capelli erano dovunque; avresti potuto usarli per denudarti, invece che per nasconderti ulteriormente da un qualcosa ce non fosse carne.
Rideva di questo tuo dare per scontato che chiunque ti sarebbe saltata al collo dopo solo un paio di tue parole. E ho smesso di farlo guardandomi sbiascicare frasi insensate salendo le scale del tuo paradiso.
“C'è forse qualcosa di più poetico di Milano in una notte d'estate?”, pensavo in quei mesi.
Ed è lo stesso che penso ora di Berlino, affacciata a Gorlizberg con un bicchiere di vino, l'autunno fuori e un incomprensibile voglia\energia addosso che non riesco ad incanalare; e mentre cerco di farlo scovo dentro di me solo orgoglio misto a odio. Tutto ciò che ho sempre creduto di non avere. Insieme a te.
Ed è infantile la voglia che ho di dirti “No” almeno una volta.
Mi sento vecchia a disprezzare discorsi altrui costruiti intorno a storie di droga. Mi sento annoiata dai discorsi seri.
Per voi è facile puntare il vostro indice verso il mio naso, sostenendo che sia superficiale vivere di alcol, sesso e risate.
Ma non è forse lo star bene il fine ultimo di ognuno?
La mia filosofia analizzatrice si è consumata in questa soluzione finale.
E non me ne abbiate, si tratta solo di avere vent'anni.

Perchè partire, ragione 2° - Alla ricerca di nuove parole


Ci sono delle sensazioni che non si possono descrivere. Come l'amore, la bellezza, il fascino, l'ira.
E poi ci sono delle cose che non hanno un nome.
Sentire i raggi di sole sulla pelle nuda, la gioia che si prova nell'ascoltare una verità, guardarlo negli occhi con il naso che sfiora il suo.
Sfiora, ma non sfiorisce.
È un nascere perpetuo, un inseguirsi di odori-amori che sfugge ad ogni percezione ben delineata, definita.
Mi mancano dei nomi, nomi intesi come il rinchiudere ogni singola stimolazione della pelle-carne-cuore in dei confini.
Sono le cose per cui vivo, le emozioni forti che affondano come lame sottili nel profondo, fuggendo ad ogni difesa ed ogni sguardo.
Il dolore si sente solo quando il coltello è già versato nella carne.
Non è male, è solo vuoto.
È questa la sensazione che voglio perpetuare nella mia vita. È questo vuoto uscito dalle membra di un corpo pesante d'adrenalina che voglio fare mio, catturare e studiarlo nel suo intimo, come lui fa con me.
Per questo la mia vita non ha un nome.
Come se non fossi mai nata, come se, da ormai vecchia, tornassi ad essere embrione.

lunedì 9 novembre 2009

Un tipico lunedì mattina di Novembre

Appena alzata, in un giorno che la mia Moleskine mi ricorda essere quello lontano esattamente un mese dal giorno della partenza. Dopo una domenica morta, almeno quando le foglie brune su cui scivolo puntualmente una volta al giorno.
Accendo la stufa, autocompiacendomi di quanto mi riesca bene, e vado in cucina. Solo sei milioni di piatti sporchi e il frigo vuoto, con un vasetto di piselli (chissà perche comprarli poi) in fondo nel buio e mezza tazza di latte. Vada per latte e Nesquik, quando anche a tre anni lasciavo lì la tazza piena aspettando che mio padre fnisse il caffè per leccare il cucchiaino e mangiare lo zucchero impregnato di caffeina sul fondo.
Torno in camera e la stufa si è spenta. Dopo brontolii striduli pigolati a voce medio-alta, mi accovaccio nella poltrona in cui passo i pomeriggi-sere-mattine-notti e mi arrendo ad ascoltare Neil Young, come fosse una malinconica e dolcissima perseguzione.
Mi accendo una sigaretta con i dovuti sensi di colpa, ripensando vagamente al contratto che vietava di fumare in casa, siglato con il mio nome e cognome. Come se il mio nome e cognome avessero un qualche valore.


E in questa gelida camera io dovrei cercarmi un lavoro, di nuovo, come un mese fa.
E io che vorrei solo andare al bar sotto casa e guardare le madri i famiglia con il loro terzo litro di birra della giornata.

Perchè partire, ragione 1° - Crazy love

Sapete nulla di quelle notti in cui tutto accade?
Io dovetti aspettare trent’anni dal giorno in cui nacqui, prima di allora, nulla. Mai avevo considerato la realtà come una potenza di tale sublimità.
E poi basta una serie di eventi di qualche ora per farti cambiare modo di vivere.
Cambiare e scoprire che quella di prima si chiamava apatia e non si hanno venti, diciotto o quarantasei anni. Non si ha un bel niente.
Lo scoprii con dei riccioli biondi ed un profumo di mora.
Invece l’unica cosa che rimase nel tempo a venire fu soltanto un bicchiere al martini con della scorza di limone sul fondo.
Poi furono solo ricordi di quello sguardo che aveva posato la sua gravità su quella parete, quelle labbra che poggiavano sul vetro terso e sulla mia bocca, sul petto, tra le dita, in una serie di movimenti che parevano il susseguirsi delle note di una dolce melodia.
Eppure mi pareva di non crederci quando mi carezzava le spalle con i capelli.
Pareva solo una favola particolarmente travolgente.

Tutto iniziò qualche mese prima, quando ci incontrammo. Fu in un locale vuoto, con il tavolo da biliardo al centro e la stecca poggiata, caduta là per terra, tra le gambe di legno del tavolo e quelle del proprietario, assopito in un tailleur color cacao.
Il legno dei mobili gravava in tutta la sua pesantezza, tra gli zoccolini indefiniti e le mensole che potevano essere state strappate dal bosco che giaceva giusto lì fuori dal locale.
Eppure non pioveva, vi era giusto qualche nuvola che schiariva la notte; faceva caldo anzi, era piena estate ed ogni cliente sembrava voler sudare steso sul suo tavolo per una vita intera. Se avessero visto le stelle e se per caso una di queste fosse caduta, di certo sarebbe stato questo il loro desiderio.
Stavo giusto lì, pure io un po’ gonfio di birra e lo stomaco che reclamava la cena, a pensare a quale sarebbe stato il mio desiderio, quando mi si avvicinò Jack e mi chiese se lo accompagnavo a prendere una boccata d’aria. Una farsa amichevole per offrirmi una sigaretta senza mostrarsi gentile.
Mi alzai, senza impegnarmi a nascondere la fatica di ogni gesto, ed uscii con lui. Passando dal bancone, tirai su una manciata di noccioline e me ne riempii la bocca, così che una volta fuori era già libera per fumarmi la sigaretta. Ci sedemmo per terra, su un davanzale sporco e rimanemmo lì, a parlare del più e del meno. O meglio, a più o meno a parlare.
Avevamo poca voglia di parlare entrambi,insomma.
Fu lì che scorsi per la prima volta quei boccoli biondi fuggire dal cappuccio della felpa. Poi un naso fino, labbra serene sporche di vino ed occhi furbi. Furono le uniche cose che ricordai di lei. Poi la dimenticai per mesi, la dimenticai subito il giorno dopo, qualche attimo dopo che se ne era andata, finita la sigaretta.
Poi però, non si sa com’è, ci sono cose che devono accadere anche se noi non ne sappiamo nulla.
Fu così che ci rincontrammo, di nuovo una notte e di nuovo senza sapere nulla l’uno dell’altro. Io con la mia vecchiaia nascosta dalle rughe fascinose della pelle logorata dall’alcol, dal fumo e dall’insonnia.
Mi vide e iniziò a ridere, io non capivo e poco m’importava di capire.
Il gioco continuava senza di noi, dunque non serviva fossimo attenti e vigili sulla situazione, ognuno poteva tenersi stretti i propri pensieri, bastava che ognuno avesse sé; per essere vicini all’altro c’era qualcosa d’altro rispetto alla futile coscienza.
Lasciammo così quei piccoli frammenti di vita al flusso del destino, a sussurri di parole e ad un bicchiere di vino. Poi la cucina divenne sala, la sala camera da letto.
E ne seguirono ghiaccioli, canne, thè alla vaniglia e un forte sapore di cioccolato che impregnava la tua lingua.
Ne rimasero solo fruscii, ne rimasero solo coperte spiegate, ne rimase dentro di me un desiderio impertinente di fragole rubate dalla tua bocca e capelli bagnati.
Ne rimase un odore di fumo nella stanza ed un’incomprensibile voglia di ridere e camminare per la strada di fretta anche se di fretta non se ne ha. Ne rimane la voglia di sedersi in un bar con un caffè e star lì a guardare la gente passare, sogghignando sotto i baffi di quello che noi abbiamo e che i loro volti grigi sembra che non avranno mai. O almeno, a noi piace pensare che sia così, perché è un egoismo che ci rende fieri e gelosi, un egoismo di quelli che ti mette il buon umore e toglie ogni altra necessità. È un gaio egoismo che ti sfama e glorifica, ti realizza e sbronza.
Cos’altro serve per essere felici?
In quale altro modo si può dire che si vive?

domenica 8 novembre 2009

Rotta Malpensa-Schönefeld


Ho un vuoto allo stomaco. E non è fame.
La vista è annebbiata. Ma la pressione non c'entra.
Mi sento una criminale solo per passato il check-in con dello struccante in borsa e temo il crollo dell'aereo per i 12 kg di troppo che ho in valigia.
Un fischio romba alle mie spalle, sospingendo la mia mente ad un turbinio di riflessioni.
Ripenso all'ultimo volo.
Ripenso al perché parto. Penso a Vale che mi aspetta sbronza in un appartamento sul cui citofono c'è scritto PRITCHARD.
Penso che faccia potrebbe avere il piloto. Magari è basso, piuttosto paffuto, con i capelli corvini distribuiti in irregolar modo sul capo. Un Nino Banfi dei cieli.

I motori, quelli veri sta volta, si accendono.
È inevitabile pensare a tutto quello che potrebbe succedere. Noi cinici lo facciamo senza timori, magari fingendo di stare dormendo.
Sono curiosa di vederla, questa signora Berlino.
Sono curiosa di sapere quanto costano le sigarette, se le tedesche hanno le tette grosse e se è vero che passano i corrimani della metro con acqua e disinfettante ogni giorno.

Siamo ad altezza sole. È giusto qui alla mia destra, nel suo inevitabile ascesa.
Da bambina vedere le montagne distendersi una dietro l'altra tra nebbia e laghi mi faceva molto meno effetto. Forse perché avevo più tempo per pensare che la realtà fosse così.

Quinto minuto di volo. Abbiamo superato quella Chiavenna che mi era sempre distata 2 ore e trenta.
Penso anche che deve fare un gran frastuono un aereo che cade. Immagino le lamiera precipitare a peso morto per il bancone di nebbia e incastonarsi tra castagni e animali in fuga.
Penso anche che la terra, vista da qui, somigli all'anatomia del corpo umano: le vette dei monti come villi intestinali. Il vento è sangue che trasporta globuli, vita, uccelli e colori.
È una risalita, tra stomaco e gola poco salubri che meriterebbero più attenzioni e cure.
Mi chiedo se imparerò mai il tedesco e inizio a pensare in inglese per oliare la parlata.

In fondo non ho paura. Non di essere a 1o.ooo metri d'altezza e più do 1.ooo km da casa.
Sono anzi avvolta da un manto di sonno e torpore. Lo toglierò poi, quando i colori diverranno nitidi e la luce meno abbagliante.