martedì 17 novembre 2009

New coat of paint






[On air: Tom Waits - New coat of paint]



Era solo un'ombra nel buio pungolata da rintocchi di campana.
Passi come fossero note di uno strumento da intrecciare al più popolare e sicuramente più pio suono di sottofondo. Segreta melodia che nemmeno lei sapeva di star componendo: melodia di dolci versi di camminata incastonati in un grezzo spartito .
Nello star lì a guardarla risalire la gradinata di pietra orchestrai al meglio ogni suono, sino a rendere il fruscio della mantella una cetra, i suoi occhi vispi un piano malinconico.

Mi venne incontro con uno sguardo basso e sempre vigile.
Rimasi seduto a godermi lo spettacolo, fino a quando non mi gettò le sue braccia al collo, rendendo la musica un dipinto dallo sfondo stellato.

“Ogni parola provoca un soffio senza che la neve toccasse terra la luna annegò nel tramonto rosa senza inganni. Una ragazza buia che si intreccia i capelli sull’albero di ciliegie.
Credere alla notte come credere da soli a se stessi, senza pantere scarne che vagano la foresta scagliando le liane da legarsi al dito per portarsi al guinzaglio.
È solo inchiostro e oro, crema e kiwi, dal lungo becco e piume infeltrite di tanto in tanto.
La cintura, la vita un tango, il poliziotto sotto la pioggia.
Credevo fossero castagne di un tema autunnale quel ricordo di nonna dietro l’antina d’armadio di un beige tortura che ne sottolineava il cielo negli occhi con nuvole barocche che si infilano in ogni fessura senza lasciar nemmeno respirare.
Tra mano, righe e significato. Sovrapponendo le idee in costrutti da animale durante una brutta giornata d’inverno quando escono le colline da ogni nuvola e il cielo si copre di carne e anima, come un matto che guarda fuori dalle sbarre di ferro.”

Ora era Poesia a posare le sue dita sulle mie spalle di carne, così come le parole che uscivano dalle sue labbra socchiuse. Potevo sentire il tonfo di ognuna appesantirsi nei ciottoli sistemati a terra.
Avrei allungato le mani per catturarle, come fossero petali di viole appena sbocciati, se solo avessi saputo dove metterle.

La presi sotto braccio, le divaricai le gambe col piede destro e danzammo tutta la notte, tutto il giorno seguente e quello dopo ancora, fino a quando il fluttuante discorso non fu ben distribuito nell'aria.
Si poteva sentire l'odore permeare ogni cosa, a raggio tra sterpaglie, meli, case succinte.
Lei e noi al centro, inebriati.
Cademmo a terra; e allora furono solo baci e assaggi di pelle, per ricolmare nuovamente le nostre fauci di magia creativa, come fossimo mostri affamati.
Riempimmo la bocca di noi, poiché null'altro al mondo avrebbe potuto saziarci.

Poi fu l'alba di tre giorni dopo, a svegliarci per una nuova danza.

giovedì 12 novembre 2009

Ricordo di un'estate fa - L'inutilità della prudenza

Ad una tavola rotonda, con tre anziane comari di paese.
Una stufa beige-sfumato marrone, ciliegie di porcellana lucida, la cristalleria ben riposta nella dispensa a vetri.
La più bella di loro al centro: di fronte a me i suoi occhi azzurri che richiamano la celestialità della camicia di seta a fiori.
Con tutta la sua eleganza, volta lo sguardo a destra e poi a sinistra, rincorrendo la conversazione.
Di tanto in tanto riaggiusta i capelli, si sistema il ciondolo sul petto e sovrappone le labbra l'una sull'altra e viceversa.
La stanza ricolma di barocche paccottiglie.
Poi mi coglie di sorpresa, mi guarda fissa e mi accusa bonariamente di non andare in chiesa, con un tanto arguto gioco di parole che mi ammutolisce.
“C'è quello, il figlio della Iole, che l'è tanto un bel fio'! E poi la postina, l'Anella, ne ha tre solo lei!”: fruga tra 7-8 ragazzi del paese per trovarmi marito.
“E ma ce ne vuole uno ricco”, ribatte l'altra “per farle vivere una vita come si deve!”.
Inizio a sentile la sedia scomoda.
Poi il discorso ricade su morti, sui racconti di quando avevo 18 giorni, sul caldo ed infine, un lunghissimo sproloquio sulla sicurezza delle loro abitazioni.
Quella di sinistra inizia a illustrare il suo apparato di difesa: le funzionalità dei 19 cancelli, le porte anti-sfondo, i cani, il filo spinato elettrificato. Il tutto per proteggersi da quella gente strana con la faccia nera.
La padrona di casa prende la parola, con magniloquente gestualità: descrive in ogni dettaglio come potrebbe fare un ladro ad entrare nel suo appartamento.
Scene da Tenente Colombo.
E mentre osservo affascinata l'espressività di una pelle rugosa, inizio a pensare a com'è possibile, a tale età, essere tanto preoccupati per la propria vita.
Le ottantenni prendono davvero ogni possibile precauzione per salvaguardarsi, per quello suoniamo loro quando in tangenziale procedono con costanza a 55 km\h.
Non sarebbe più sensato che ci tenessero i ventenni a tirare fino al giorno dopo?
“Per quello sono arrivate a 80 anni”.
Mi rispondono.
Non credo fossero così prudenti alla mia età.
“Sarebbe una domanda interessante”.
E altrimenti, c'è da pensare che solo quando hai tutto il tempo e tutte le possibilità di riflettere sulla morte, puoi iniziare ad evitarla.
Quando, insomma, è ormai inevitabile.

martedì 10 novembre 2009

Perchè partire, ragione 3° - Capire che la felicità non può essere rinchiusa in una sola persona


C'è un cappello sul tuo viso.
Avessimo pouto fare sesso vestiti, al buio, sciogliendo i nostri corpi all'aria, lo avresti fatto. E quei capelli erano dovunque; avresti potuto usarli per denudarti, invece che per nasconderti ulteriormente da un qualcosa ce non fosse carne.
Rideva di questo tuo dare per scontato che chiunque ti sarebbe saltata al collo dopo solo un paio di tue parole. E ho smesso di farlo guardandomi sbiascicare frasi insensate salendo le scale del tuo paradiso.
“C'è forse qualcosa di più poetico di Milano in una notte d'estate?”, pensavo in quei mesi.
Ed è lo stesso che penso ora di Berlino, affacciata a Gorlizberg con un bicchiere di vino, l'autunno fuori e un incomprensibile voglia\energia addosso che non riesco ad incanalare; e mentre cerco di farlo scovo dentro di me solo orgoglio misto a odio. Tutto ciò che ho sempre creduto di non avere. Insieme a te.
Ed è infantile la voglia che ho di dirti “No” almeno una volta.
Mi sento vecchia a disprezzare discorsi altrui costruiti intorno a storie di droga. Mi sento annoiata dai discorsi seri.
Per voi è facile puntare il vostro indice verso il mio naso, sostenendo che sia superficiale vivere di alcol, sesso e risate.
Ma non è forse lo star bene il fine ultimo di ognuno?
La mia filosofia analizzatrice si è consumata in questa soluzione finale.
E non me ne abbiate, si tratta solo di avere vent'anni.

Perchè partire, ragione 2° - Alla ricerca di nuove parole


Ci sono delle sensazioni che non si possono descrivere. Come l'amore, la bellezza, il fascino, l'ira.
E poi ci sono delle cose che non hanno un nome.
Sentire i raggi di sole sulla pelle nuda, la gioia che si prova nell'ascoltare una verità, guardarlo negli occhi con il naso che sfiora il suo.
Sfiora, ma non sfiorisce.
È un nascere perpetuo, un inseguirsi di odori-amori che sfugge ad ogni percezione ben delineata, definita.
Mi mancano dei nomi, nomi intesi come il rinchiudere ogni singola stimolazione della pelle-carne-cuore in dei confini.
Sono le cose per cui vivo, le emozioni forti che affondano come lame sottili nel profondo, fuggendo ad ogni difesa ed ogni sguardo.
Il dolore si sente solo quando il coltello è già versato nella carne.
Non è male, è solo vuoto.
È questa la sensazione che voglio perpetuare nella mia vita. È questo vuoto uscito dalle membra di un corpo pesante d'adrenalina che voglio fare mio, catturare e studiarlo nel suo intimo, come lui fa con me.
Per questo la mia vita non ha un nome.
Come se non fossi mai nata, come se, da ormai vecchia, tornassi ad essere embrione.

lunedì 9 novembre 2009

Un tipico lunedì mattina di Novembre

Appena alzata, in un giorno che la mia Moleskine mi ricorda essere quello lontano esattamente un mese dal giorno della partenza. Dopo una domenica morta, almeno quando le foglie brune su cui scivolo puntualmente una volta al giorno.
Accendo la stufa, autocompiacendomi di quanto mi riesca bene, e vado in cucina. Solo sei milioni di piatti sporchi e il frigo vuoto, con un vasetto di piselli (chissà perche comprarli poi) in fondo nel buio e mezza tazza di latte. Vada per latte e Nesquik, quando anche a tre anni lasciavo lì la tazza piena aspettando che mio padre fnisse il caffè per leccare il cucchiaino e mangiare lo zucchero impregnato di caffeina sul fondo.
Torno in camera e la stufa si è spenta. Dopo brontolii striduli pigolati a voce medio-alta, mi accovaccio nella poltrona in cui passo i pomeriggi-sere-mattine-notti e mi arrendo ad ascoltare Neil Young, come fosse una malinconica e dolcissima perseguzione.
Mi accendo una sigaretta con i dovuti sensi di colpa, ripensando vagamente al contratto che vietava di fumare in casa, siglato con il mio nome e cognome. Come se il mio nome e cognome avessero un qualche valore.


E in questa gelida camera io dovrei cercarmi un lavoro, di nuovo, come un mese fa.
E io che vorrei solo andare al bar sotto casa e guardare le madri i famiglia con il loro terzo litro di birra della giornata.

Perchè partire, ragione 1° - Crazy love

Sapete nulla di quelle notti in cui tutto accade?
Io dovetti aspettare trent’anni dal giorno in cui nacqui, prima di allora, nulla. Mai avevo considerato la realtà come una potenza di tale sublimità.
E poi basta una serie di eventi di qualche ora per farti cambiare modo di vivere.
Cambiare e scoprire che quella di prima si chiamava apatia e non si hanno venti, diciotto o quarantasei anni. Non si ha un bel niente.
Lo scoprii con dei riccioli biondi ed un profumo di mora.
Invece l’unica cosa che rimase nel tempo a venire fu soltanto un bicchiere al martini con della scorza di limone sul fondo.
Poi furono solo ricordi di quello sguardo che aveva posato la sua gravità su quella parete, quelle labbra che poggiavano sul vetro terso e sulla mia bocca, sul petto, tra le dita, in una serie di movimenti che parevano il susseguirsi delle note di una dolce melodia.
Eppure mi pareva di non crederci quando mi carezzava le spalle con i capelli.
Pareva solo una favola particolarmente travolgente.

Tutto iniziò qualche mese prima, quando ci incontrammo. Fu in un locale vuoto, con il tavolo da biliardo al centro e la stecca poggiata, caduta là per terra, tra le gambe di legno del tavolo e quelle del proprietario, assopito in un tailleur color cacao.
Il legno dei mobili gravava in tutta la sua pesantezza, tra gli zoccolini indefiniti e le mensole che potevano essere state strappate dal bosco che giaceva giusto lì fuori dal locale.
Eppure non pioveva, vi era giusto qualche nuvola che schiariva la notte; faceva caldo anzi, era piena estate ed ogni cliente sembrava voler sudare steso sul suo tavolo per una vita intera. Se avessero visto le stelle e se per caso una di queste fosse caduta, di certo sarebbe stato questo il loro desiderio.
Stavo giusto lì, pure io un po’ gonfio di birra e lo stomaco che reclamava la cena, a pensare a quale sarebbe stato il mio desiderio, quando mi si avvicinò Jack e mi chiese se lo accompagnavo a prendere una boccata d’aria. Una farsa amichevole per offrirmi una sigaretta senza mostrarsi gentile.
Mi alzai, senza impegnarmi a nascondere la fatica di ogni gesto, ed uscii con lui. Passando dal bancone, tirai su una manciata di noccioline e me ne riempii la bocca, così che una volta fuori era già libera per fumarmi la sigaretta. Ci sedemmo per terra, su un davanzale sporco e rimanemmo lì, a parlare del più e del meno. O meglio, a più o meno a parlare.
Avevamo poca voglia di parlare entrambi,insomma.
Fu lì che scorsi per la prima volta quei boccoli biondi fuggire dal cappuccio della felpa. Poi un naso fino, labbra serene sporche di vino ed occhi furbi. Furono le uniche cose che ricordai di lei. Poi la dimenticai per mesi, la dimenticai subito il giorno dopo, qualche attimo dopo che se ne era andata, finita la sigaretta.
Poi però, non si sa com’è, ci sono cose che devono accadere anche se noi non ne sappiamo nulla.
Fu così che ci rincontrammo, di nuovo una notte e di nuovo senza sapere nulla l’uno dell’altro. Io con la mia vecchiaia nascosta dalle rughe fascinose della pelle logorata dall’alcol, dal fumo e dall’insonnia.
Mi vide e iniziò a ridere, io non capivo e poco m’importava di capire.
Il gioco continuava senza di noi, dunque non serviva fossimo attenti e vigili sulla situazione, ognuno poteva tenersi stretti i propri pensieri, bastava che ognuno avesse sé; per essere vicini all’altro c’era qualcosa d’altro rispetto alla futile coscienza.
Lasciammo così quei piccoli frammenti di vita al flusso del destino, a sussurri di parole e ad un bicchiere di vino. Poi la cucina divenne sala, la sala camera da letto.
E ne seguirono ghiaccioli, canne, thè alla vaniglia e un forte sapore di cioccolato che impregnava la tua lingua.
Ne rimasero solo fruscii, ne rimasero solo coperte spiegate, ne rimase dentro di me un desiderio impertinente di fragole rubate dalla tua bocca e capelli bagnati.
Ne rimase un odore di fumo nella stanza ed un’incomprensibile voglia di ridere e camminare per la strada di fretta anche se di fretta non se ne ha. Ne rimane la voglia di sedersi in un bar con un caffè e star lì a guardare la gente passare, sogghignando sotto i baffi di quello che noi abbiamo e che i loro volti grigi sembra che non avranno mai. O almeno, a noi piace pensare che sia così, perché è un egoismo che ci rende fieri e gelosi, un egoismo di quelli che ti mette il buon umore e toglie ogni altra necessità. È un gaio egoismo che ti sfama e glorifica, ti realizza e sbronza.
Cos’altro serve per essere felici?
In quale altro modo si può dire che si vive?

domenica 8 novembre 2009

Rotta Malpensa-Schönefeld


Ho un vuoto allo stomaco. E non è fame.
La vista è annebbiata. Ma la pressione non c'entra.
Mi sento una criminale solo per passato il check-in con dello struccante in borsa e temo il crollo dell'aereo per i 12 kg di troppo che ho in valigia.
Un fischio romba alle mie spalle, sospingendo la mia mente ad un turbinio di riflessioni.
Ripenso all'ultimo volo.
Ripenso al perché parto. Penso a Vale che mi aspetta sbronza in un appartamento sul cui citofono c'è scritto PRITCHARD.
Penso che faccia potrebbe avere il piloto. Magari è basso, piuttosto paffuto, con i capelli corvini distribuiti in irregolar modo sul capo. Un Nino Banfi dei cieli.

I motori, quelli veri sta volta, si accendono.
È inevitabile pensare a tutto quello che potrebbe succedere. Noi cinici lo facciamo senza timori, magari fingendo di stare dormendo.
Sono curiosa di vederla, questa signora Berlino.
Sono curiosa di sapere quanto costano le sigarette, se le tedesche hanno le tette grosse e se è vero che passano i corrimani della metro con acqua e disinfettante ogni giorno.

Siamo ad altezza sole. È giusto qui alla mia destra, nel suo inevitabile ascesa.
Da bambina vedere le montagne distendersi una dietro l'altra tra nebbia e laghi mi faceva molto meno effetto. Forse perché avevo più tempo per pensare che la realtà fosse così.

Quinto minuto di volo. Abbiamo superato quella Chiavenna che mi era sempre distata 2 ore e trenta.
Penso anche che deve fare un gran frastuono un aereo che cade. Immagino le lamiera precipitare a peso morto per il bancone di nebbia e incastonarsi tra castagni e animali in fuga.
Penso anche che la terra, vista da qui, somigli all'anatomia del corpo umano: le vette dei monti come villi intestinali. Il vento è sangue che trasporta globuli, vita, uccelli e colori.
È una risalita, tra stomaco e gola poco salubri che meriterebbero più attenzioni e cure.
Mi chiedo se imparerò mai il tedesco e inizio a pensare in inglese per oliare la parlata.

In fondo non ho paura. Non di essere a 1o.ooo metri d'altezza e più do 1.ooo km da casa.
Sono anzi avvolta da un manto di sonno e torpore. Lo toglierò poi, quando i colori diverranno nitidi e la luce meno abbagliante.