giovedì 28 gennaio 2010

mio padre.


Ero fiero di come stavo spendendo i miei anni. Gli anni sono gli stessi per tutti, le occasioni si creano. E io mi ero giostrato al meglio.
Sono nato in una fattoria di campagna, ero il terzogenito e negli anni a venire nacquero altre quattro figlie. Erano gli anni Sessanta: seguendo il flusso e lasciandoci dietro solo campi bruciati da chissà chi,  risalimmo oltre il Po ed a sei anni iniziai a frequentare la scuola del paese. Tornavo a casa, aiutavo mio padre in campagna, mangiavamo ad una lunga tavola, nel caos e nello sporco. E quando il mio piatto era vuoto, lo stomaco gorgogliava ancora. C’erano solo due stanze in casa, la cucina dove mangiavamo e una camera. I  materassi erano disposti contro le pareti, in fondo c’era quello di mamma e papà, dove dormivano anche le mie sorelle più piccole. Io dormivo con l’unico mio fratello ed il cane.
Finita la scuola iniziai a lavorare. Avevo quattordici anni e ci misi poco a capire che non sarei diventato ricco in fabbrica. Riuscii a prendere il diploma con la scuola serale, poi scienze politiche, dividendo il guadagno da operaio tra i corsi e la famiglia.
A ventidue anni mi sposai e con i primi soldi che avevamo da parte abbiamo comprato un camper. Abbiamo viaggiato per l’Europa, Marocco, Tunisia. Poi ci fu un incidente, il camper andò a fuoco; non pensammo più alle vacanze per un po’, però comprammo una casa, di quelle che vedevo da bambino oltre le siepi alte. Ma non ci misi la siepe intorno, la lasciai aperta, così che i bambini ci potessero entrare. Solo così avrei potuto spiegar loro come poterne avere una tutta per loro.
I primi bambini a cui lo insegnai sono stati i miei figli. Gli insegnai tutto quello che potei, sapendo che l’unica cosa che veramente capissero fosse quanto importante era la cultura.
Non credo di aver fatto mai del male in vita mia. Non mi sono mai tirato indietro quando qualcuno mi chiedeva aiuto. Non ho mai tradito mia moglie, né ho mai smesso di amarla. Non ho mai bevuto ne fumato. Ho lavorato i cambi, sono andato al militare e negli ultimi anni andavo in palestra due volte alla settimana.
E allora perché, ora che ho soli 51 anni, mi ritrovo in un letto di ospedale in delirio, con i figli da un lato e le mie sorelle dall’altro. Mia moglie a parlare col medico che gli dirà che non c’è altro da fare se non che aumentare le dosi di morfina? Perché adesso che avrei potuto iniziare a godermi la vita che mi sono costruito devo andarmene? Non ne sono pentito di aver faticato tanto, ne andrà il bene dei miei figli e questo mi basta. Ma avrei voluto vederli felici, avrei voluto diventare nonno per poter comprare la prima tutina ai miei nipoti. Avrei voluto dire a mia figlia che col pancione era bellissima  e raccontarle di come mi sentivo io quando stavo diventando padre. Avrei voluto inventare altre mille favole e raccontarle ai miei nipoti. O almeno avrei voluto saperlo prima di come sarebbe andata a finire, avrei potuto dare di più, mi sarei potuto sforzare e fare prima quello che ormai non posso più pensare di fare. Avrei forse cambiato la priorità dei miei obiettivi.
Ora non riesco più nemmeno a sentire la mano di mio figlio quando mi carezza. Non sento più niente, riesco solo a piangere e immaginare il mio corpo da lì a qualche mese mangiato dai vermi.