domenica 31 ottobre 2010

Scrivere è più che un'arte

Scrivere è più che un'arte. È una descrizione delle emozioni provate, è un'analisi della nostra mente. Perché se si scrive non di sé, si scrive provando lo stesso sentimento di chi, in quella data situazione, l'avrebbe provato, se si soffermasse a pensare a COSA stesse pensando. C'è chi scrive della morte del padre e chi la vive. Se le cose poi combaciano il sentimento si spalanca e amplifica. Ed è questo il provare il dolore, l'agonia, il senso di soffocamento e la nausea di vivere. Sono quelli i colori con cui vedi la realtà: il grigio, il bianco, il nero. L'unico pensiero da avere in testa è l'amore per il nero e il fucsia, per la gioia e il dolore, la noia e la vita.
È sintomo di un'attenzione affinata e perpetua, sempre all'erta, di una sensibilità esagerata; dove la differenza tra carne e cuore è praticamente inesistente. Dove pensare e agire sono l'una contemporanea all'altra, di una responsabilità d'azione spontaneamente razionale, morale secondo quella che è la propria più genuina etica.

giovedì 14 ottobre 2010

Ecco cosa si ha dopo il ritorno - una gita allo zoo

Son dei giorni che entro in chiesa, mi siedo appallottolata, mi carezzo le spalle, penso, penso, penso e piango.
Mi inginocchio e poggio la testa alla panca dinnanzi e continuo a piangere e pensare. Poi guardo le mura intorno, la sacrestia, le finestre e la luce al neon che corre lungo tutto il perimetro della navata centrale, a tratti blu, a tratti rossa. Al centro, o poco più verso il fondo, un enorme cristo crocifisso che pare guardarti con minaccia dall'alto. Lui immenso e tu un nulla.
Dunque levo il disturbo ed entro nel bar di fronte, sistemo il trucco, compro del tè freddo ed esco a sedermi su un muretto poco più in là.
Col sole sulla faccia, con il caldo sotto la pelle strisciata di tè gelido di freezer. Davanti strade sgretolarsi tra le ruote dei passeggini, marocchini, peruviani, filippini e qualche donna di mezza età in tailleur che passa via di fretta a testa bassa. Mi pare di essere allo zoo, allo zoo dei pezzenti pazzi.
Mandrie di persone senza alcun senso raggruppate per specie: nella prima gabbia, dietro le vostre spalle il gruppo di tredicenni, per lo più non italiani, seduti in un parco sudicio a bere birra e fumare*. Alla vostra destra potete osservare una coppia di imprenditori intenti a non saper smettere di lavorare nemmeno durante la pausa pranzo, mentre nel bar dell'Estathè dove ci trovavamo prima, potete trovare la coca peggio tagliata della zona.
È gente grigia. È gente color muro crepato e pattume sui marciapiedi. Con gli occhi sempre ad inseguire le linee di fuga delle piastrelle, perché sia mai che ci qualcuno gli faccia lo sgambetto. Hanno gli occhi gonfi si sfiducia e di disagio.
Che non possono che continuare ad impiegare le proprie energie per tirare alla fine del mese. Un'ossessione che nessuno sa a quanti anni potrà smettere di avere. Mentre intanto seppelliscono i padri che non erano ancora nemmeno andati in pensione.
Mi verrebbe da gridare “Scappate!!!!”. Invece non posso che starmene lì ad osservare questo paesaggio straniero e sentirmi tristemente superiore, di un qualcosa che non mi sono guadagnata per merito ma che di fatto ho: vale a dire degli occhi per vederli.


*Non sono razzista, anzi. È proprio il razzista a rendere gli stranieri quello che sono in questi casi e che non erano mai stati tali.

domenica 3 ottobre 2010

Torpore sottopelle

Erano fine settembre: erano due mesi esatti che ero tornata a casa, dopo un anno vissuto in un paese inizialmente sconosciuto. Era successo che ora della fine ci eravamo conosciute anche fin troppo, tanto che invece che capitale me la raffiguravo più come un paesino di montagna, dove tutti si conoscono e si vogliono bene, una popolazione che è una famiglia solo troppo allargata per conoscersi tutti. Uno di quei paesi dall'aspetto materno.
Era trascorso un mese, quando mi accorsi di essere incinta. Mentre fingevo di non capacitarmene, mi si allargava il sorriso come fosse una vela gonfiata dalla tramontana. Me ne stavo lì, seduta sul lavandino a guardare il risultato del test e già vedevo la ginecologa che mi faceva vedere e immagini dell'ecografia.
Ed era il momento peggiore perché accadesse una cosa de genere, era l'emblema del tempismo sbagliato; eppure, era una gioia a cui non potevi resistere. Il torpore sotto la pelle, dopo tanto tempo. Mi sentii come risvegliata da un coma, come se tutte le emozioni si fossero scaldate d'un tratto e mi avessero ricordato quanto bello fosse essere felice.
Avevo appena iniziato l'università e non avrei potuto lasciarla per nulla al mondo, avevo fatto i salti mortali per riuscire a trovare in fretta una casa e un lavoro; finalmente mi ero sistemata e tutto andava esattamente come avevo programmato.
Eppure un semplice “++” era riuscito a sconvolgermi. Dunque forse la strada che mi ero prefissata non era la migliore in cui avrei potuto sperare? Quella che avevo davanti era una buona notizia oppure no? E se non lo era, perché avevo voglia solo di saltare di gioia per la stanza?
Non lo sapevo, quindi preferii deliberare la decisione a qualcun altro. E chi si sarebbe mai potuto dover sacrificare a darmi una risposta, se non che il padre?
Già il padre. Ci pensai più tardi a lui, quando già stanca dei festeggiamenti mi ero buttata su divano provando a sentire la curva dal pancione.
Una curva in effetti c'era, ma sarebbe stato da vigliacchi darne la colpa a un bambino che nemmeno si è formato ancora. Comunque finsi per un attimo che fosse così e pensai al padre: già, chi sarebbe potuto essere?